Le tue emozioni ti pesano ogni giorno?

Mangiare è una occasione di relazione, di comunicazione e di connessione con noi stessi e con gli altri.

I cibo è un importante mediatore tra il nostro mondo emotivo ed il nostro mondo esterno fatto di amicizie, affetti, impegni lavorativi e di ruoli/compiti familiari.

Mangiare e comunicare sono due facce della stessa medaglia.

Partirai nel percorso di Consapevolezza Alimentare, non da quello che ti manca, ma quello che hai, dalle tue risorse personali: perché tu possa pesare nella tua vita in ogni momento.

Tu sei il vero esperto e conoscitore della tua situazione e delle tue emozioni.

Il rapporto cibo-emotività si stabilisce fin dall’allattamento materno e si sviluppa positivamente o in modo anomalo a seconda di molti fattori. Quali?

mele cuori empatia
  1. La qualità dell’attenzione genitoriale nei momenti di assunzione del cibo.
  2. Il legame che si sviluppa tra l’espressione di un bisogno e l’offerta di “cibi-emotivi”.
  3. La capacità dell’ambiente di fare sviluppare il senso della fame distinto da altri bisogni/sensazioni.

Fondamentale, quindi, è lo sviluppo di un ambiente che non crei confusione emotiva durante la crescita: se questo non viene fatto si svilupperà una difficoltà a distinguere il rapporto tra il bisogno fisiologico della fame vera da altre sensazioni di sconforto/tensione (Bruch 1973).

Ovvero: offrire un biberon o un biscotto come consolazione ad un bambino/a che piange crea il forte rischio che si stabilisca l’associazione del cibo alla cura per tutte le esperienze spiacevoli della propria vita.

La conseguenza di ciò, sarà un rapporto non-consapevole con il cibo, con l’atto del nutrirsi in maniera salutare.

A questo si aggiunge anche che l’osservazione diretta o indiretta in famiglia di una iperalimentazione o l’uso del cibo come risposta emotiva supportivo-consolatoria, induce nell’osservatore bambino/a un processo di imitazione ed apprendimento di tale comportamento come giusto ed apprezzabile.

Il risultato è l’insorgenza ed il mantenimento dell’obesità.

Il 38% dei genitori non ritiene che il proprio figlio/a sia in eccesso di peso (www.salute.gov.it)

Secondo il rapporto Osservasalute 2016, che fa riferimento ai risultati dell’Indagine Multiscopo dell’Istat “Aspetti della vita quotidiana” emerge che, in Italia, nel 2015, più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%); complessivamente, il 45,1% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale.

La percentuale di popolazione in eccesso ponderale cresce all’aumentare dell’età e, in particolare, il sovrappeso passa dal 14% della fascia di età 18-24 anni al 46% tra i 65-74 anni, mentre l’obesità passa, dal 2,3% al 15,3% per le stesse fasce di età. Inoltre, la condizione di eccesso ponderale è più diffusa tra gli uomini rispetto alle donne (sovrappeso: 44% vs 27,3%; obesità: 10,8% vs 9%).

Fonte:https://www.epicentro.iss.it/obesita/epidemiologia-italia

Per gestire e risolvere questo fenomeno è utile cercare di capire come il peso sia vissuto e percepito non solo da colui/colei che ne è il portatore, ma anche dal suo contesto di appartenenza.

Il contesto , se analizzato insieme alla persona, rivelerà per esempio fattori scatenanti o correlati ad una sovralimentazione quali: difficoltà di comunicazione all’interno della famiglia, separazioni, morte di una persona cara, difficoltà personali di un genitore (ansia, depressione, insicurezza, problemi di salute, controllo della propria immagine, controllo del cibo e molto altro).